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di HANS BODEN

2019

 

Paracchini è un artista anomalo nel panorama contemporaneo, slegato da correnti o compromessi. Un ruolo avvertito chiaramente dai contemporanei. La sua pittura è da sempre “spirituale”, semplice e innovatrice, per il nuovo senso dello spazio, delle forme e del colore, che si lascia alle spalle il Contemporaneo spalancandosi al mistero della vita.

Paracchini è un artista di tutto rispetto nella storia dell’arte, un professionista che non lascia nulla al caso, soprattutto quando sono i dettagli a rendere inimitabile il suo lavoro.

L’opera di Riccardo Paracchini persegue da sempre la ricerca della relazione. La relazione tra il cielo e la terra: nella sua pittura – come nella sua produzione letteraria – è innegabile, vi è una forte attrazione verso il mistero cristiano, ovvero la relazione con ciò che attiene alla nostra esistenza. 

La sua pittura è un corpo nel corpo. Per capirci con un’immagine visiva, è una Porziuncola. È una pittura che si fa storia, che recupera e fa memoria del suo passato, ma immersa nel presente dei colori e delle forme. La sua pittura non è mai un atto nostalgico, ma un atto critico che vive nella purezza, nell’astrazione assoluta del concetto, nell’asetticità dei colori e delle forme. È un luogo fatto di simboli pulsanti e vibranti di vita. La sua è un’umile testimonianza di genialità artistica.

Per comprendere al meglio tutta la produzione artistica di Riccardo Paracchini è bene analizzare il suo procedere, che si può raggruppare in quattro grandi sezioni. 

I PERIODI ROSSO E BLU

Il suo primo studio fu (nel decennio 1980-1990) il nudo femminile. Una produzione intensa con migliaia di disegni e dipinti. La progressiva sintesi ed astrazione del “corpo” lo condussero verso il simbolo stesso di quel “corpo”, sfociando nel progetto sul colore “Rosso”, analisi che durò circa 10 anni. Dagli interventi su piccole superfici, al segno rosso che tocca e “segna” ogni elemento del vivere, fino al monocromo totale ed assoluto. 

Farà seguito una pausa di silenzio e di scrittura. La composizione del racconto “Il Piccolo Fiore” porterà l’artista allo sviluppo naturale del progetto “Storia sulla pittura”, caratterizzato inizialmente dalla predominanza del colore blu (dopo qualche anno sarà introdotto in alcune opere il rosa). 

Siamo agli inizi degli anni 2000: è il periodo “Blu” e “Rosa”. La produzione si fa intensa, inizia a lavorare contemporaneamente al progetto sui “Fiori”, sempre caratterizzato dalle campiture blu o rosa. La presenza dell’Angelo è costante. 

Dopo quelli che vengono denominati il Rosso Paracchini, il Blu Paracchini, il Rosa Paracchini, l’artista affronta un’altra lunga pausa di silenzio.

IL NUOVO UMANESIMO

Da questa attesa nascerà il grande progetto sul “Nuovo umanesimo”. È il 2015.

Il punto di partenza è ancora l’immagine fotografica, il reale, lo scarto della società. Ma a differenza del “periodo blu” (La storia sulla pittura) la pittura si piega ora alla necessità del racconto, alla narrazione inserita nella Storia. Il colore non è più semplicemente il colore, ma diventa forma, costruzione, attraverso il fare del pittore, per dare risalto alle necessità della narrazione, ovvero dell’esserci. È come se ora l’arte riprendesse vita: si ritorna alla riscoperta della nostra Storia in Dio. L’artista ridiventa libero perché non più succube di ciò che gli è stato costruito attorno; l’artista ridiventa libero perché nell’umiltà segue ciò che deve compiere secondo il progetto di Dio.

Mentre nei lavori “blu” la pittura lasciava intravvedere la struttura fotografica, ora il gesto dell’artista si appropria del tutto, dell’Uomo nella sua interezza. Attraverso la pittura l’immagine assume una nuova forma, viene corretta, gli viene ridata una nuova vita. L’artista si pone al servizio della Verità e della Vita.

La veste è sempre bianca, ma emergono nuovi colori che danno risalto alla storia dell’Uomo, alla storia dell’arte.

Lo spirituale è sempre il centro della ricerca paracchiniana, ma in questo caso ricordano all’Uomo il suo legame con Dio e con la Parola (Es 36,1: “Tutti gli artisti che il Signore aveva dotati di saggezza e d’intelligenza, perché fossero in grado di eseguire i lavori della costruzione del santuario, fecero ogni cosa secondo ciò che il Signore aveva ordinato”).

Il progetto “Nuovo umanesimo” nasce ancora una volta dal desiderio di svincolarsi dalla chiusura e dal nichilismo in cui si trova l’arte contemporanea, che avendo perso di vista il suo obiettivo principale, la sua meta, ha condotto l’Uomo in vicolo cieco. L’arte e gli artisti stanno vivendo come zombie in preda del loro passato, di un’arte che vuole essere esclusivamente arte senza un rapporto vero con Dio e con l’Uomo. Perdendo di vista il rapporto con sé stessa e la propria origine, l’arte contemporanea si è trovata di fronte al vicolo cieco della morte. Constatato il degrado e l’impasse in cui è venuta a trovarsi l’arte contemporanea, ormai incapace di offrire valori e risposte (in quanto schiava di sé stessa, delle ideologie e del proprio potere babelico), ecco che l’artista sceglie di rimettersi in campo, e di porre la pittura al servizio dell’Uomo: è il nuovo umanesimo in Gesù Cristo, per la riscoperta e la salvezza dell’Uomo come progetto di Dio.

Si tratta quindi di un lavoro sociale, nato dall’emergenza in cui l’umanità si trova, accerchiata da forme di antiumanesimo e di Anticristo sempre più agguerrite e feroci. Il racconto della pittura è dunque innesto nella Storia di Dio: l’uomo diventa attraverso il suo rapporto con Dio, artefice del cambiamento, in Gesù Cristo.

I volti, che prima erano come assenti, perché nascosti sotto il velo della pittura, assumono ora il loro valore, sottolineano la relazione con l’altro. Il volto è anche la forma che Dio ha voluto scegliere per farsi riconoscere dagli uomini attraverso Gesù.

LO SPIRITUALE

Olivier Clément scrive: “Il cristianesimo è la religione dei volti”: quello visibile di Cristo nel quale si riflette quello invisibile del Padre (cfr. Col. 1,15), quello dei santi in cui, con maggior evidenza, risplende il volto e l’immagine di Cristo (cfr. 2 Cor. 3,18). Nei santi “Dio manifesta agli uomini in una viva luce la sua presenza e il suo volto” (Lumen gentium, n. 50). Anche per noi vale l’invito dei primi cristiani: “Cercherai, poi, ogni giorno la presenza dei santi, per trovare riposo nelle loro parole” (Didaché, IV,2).

Paracchini parte sempre dall’ascolto del suo vissuto: questa è una strada capace di riconoscere la bellezza dell’umano nel suo essere, pur senza ignorarne i limiti. Anzi, è un umanesimo consapevole dei propri limiti, esplicato nelle forme e nei colori a volte imperfetti. 

Quella di Paracchini è la ricerca dell’Umanesimo incarnato. “Concretezza” significa parlare con la vita, trovando la sintesi dinamica tra verità e vissuto, seguendo il cammino tracciato da Gesù. 

Invece della grandiosità rigida e astratta di certa pittura contemporanea, la quale si impone allo spettatore con il ricatto dell’assenza, Paracchini ci offre delle figure che chiaramente manifestano la propria “essenza”: donne e uomini, angeli,  vivi, con i quali si può entrare in rapporto, o rimanerne distaccati e nei quali l’autore concreta i propri sen­timenti etici. Riccardo non è un sognatore, ma un artista della realtà; lirico, ma osservatore; un artista che parla in modo espressivo e chiaro e semplice. Tutto è calmo in lui, e con il suo talento attinge alla storia dell’arte in modo sempre autonomo ed originale. I suoi schemi cromatici sono nuovi, intensi, audaci. Ieri come oggi. Non lasciano indifferenti.

Riccardo Paracchini preserva la forza ideale del pas­sato, ma conserva in modo dirompente la sua immersione nel presente. Armonizza idealismo e realismo. Il suo idealismo accoglie la realtà con immediatezza; il suo realismo indica la Chiesa sulla terra per raggiungere il Cielo.

Secondo Paracchini dovere dell’artista è quello di trasformare il mondo in bellezza ed armonia, e il fine dell’arte è evocare ciò che è invisibile, ciò che comunemente l’uomo nella sua pochezza non riesce più a scorgere, testimoniare l’opera suprema di Dio. Come diceva Hermann Hesse «arte è dentro ogni cosa mostrare Dio». L’artista è dunque colui che partecipa alla Creazione, e la pittura è quella porta che ci introduce nell’assoluto. 

Senza dubbio Riccardo Paracchini non è un illustratore a cui ascrivere la “bravura” nel dipingere; a lui va il coraggio di aver cercato di rinnovare l’arte del suo tempo riportandone i contenuti a delle concezioni che ormai parevano sopite. L’arte contemporanea viaggiava ormai verso la sua necrosi, in ripetizioni asfittiche senza futuro, senza speranza.

LE ORIGINI

Paracchini ritorna alle origini. Scarto e segno. Ogni forma dipinta è una personale visione dell’essenza altrimenti invisibile delle cose e della realtà.

I riferimenti alla natura presenti nelle opere sono fatti di memoria, espressa attraverso il linguaggio di una ritrovata innocenza concepita con elementi semplici. 

La semplicità è un termine importante nella sua ricerca. In Paracchini i soggetti dipinti sono protagonisti della scena, in modo semplice ma unico. Non vi è ostentazione o ricatto materico. I suoi angeli occupano un ruolo storico, centrale. La semplicità e la naturalezza delle rappresentazioni incantano lo spettatore. Gli angeli stessi appaiono come ‘uomini’ in mezzo agli uomini, dotati di una nitida volumetria: conquistano lo spazio circostante e lo animano con le loro ali bianche, con le loro vesti bianche. L’artista crea una comunicazione che varca i confini della rappresentazione e giunge fino a noi che ne siamo spettatori.

Ogni angelo è simile all’altro nel corpo come nella posa, nell’assoluto del blu o dell’azzurro cielizzato. È lì che l’uomo è chiamato ad abitare. Ora, e sempre.

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Il suo è un atto critico che vive nella purezza, nell’astrazione assoluta del concetto.
È un luogo fatto di simboli pulsanti e vibranti di vita.

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Paracchini parte sempre dall’ascolto del suo vissuto: questa è una strada capace di riconoscere la bellezza dell’umano nel suo essere.

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L’artista è colui che partecipa alla Creazione, e la pittura è quella porta che ci introduce nell’assoluto.

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I soggetti dipinti sono protagonisti della scena in modo semplice ma unico.

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Paracchini preserva la forza ideale del pas­sato, ma conserva in modo dirompente la sua immersione nel presente.

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