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Annunciazione Incarnazione

“Annunciazione Incarnazione”, 2011.

Tempera acrilica su stampa su tela. Collezione Università del Sacro Cuore Milano.

 

 

LA SEMPLICITÀ DELL’IMPOSSIBILE

 

testo estratto da Luoghi dell’infinito 212, dicembre 2016

 

La scena dell’Annunciazione è stata certamente un tema di speciale affezione per la tradizione iconografica. L’artista, il suo meglio, lo dà come spirito sensibile alla potenza dell’immaginazione che ricrea l’evento.

Non è l’esegesi del testo, né la teologia del mistero, la funzione più alta della sua riflessione creativa (anche se, più spesso di quanto non si creda, l’artista dedito all’impresa di restituire l’enigma del sacro si fa scrupolo di frequentare le giuste letture e i giusti pensieri). Quando questo accade, e lo scavo nella materia espressiva dell’arte è autentico, nella restituzione dell’evento sacro si aprono punti di forza che provocano attenzioni e ripensamenti emozionanti nella stessa lettura esegetica e teologica del testo.

Nei casi migliori, si produce addirittura una circolarità virtuosa: l’immaginazione artistica riapre stimoli vitali nella lettura convenzionale, teologica o devota, del testo; allo stesso modo che la riscoperta di qualche più penetrante esegesi del testo, stimola la vitalità della restituzione artistica a uscire dall’inerzia del manierismo iconico.

La stanza, il luogo chiuso dell’Annunciazione che simboleggia il grembo dell’incarnazione, che si lascia commutare nel più aperto e ampio ingresso-giardino della casa della nuova creazione e della nostra ammissione all’ospitalità di Dio, aperta alla generazione del Figlio. Il letto stesso, con il suo evidente simbolismo nuziale, che a volte c’è e non c’è allo stesso tempo (Leonardo). E talvolta c’è soltanto quello.

Nella rilettura recente del pittore Riccardo Paracchini (2011) la ragazza è intercettata dall’angelo invisibile (solo le ali si lasciano vedere, ma come fossero ali della Donna) prima che si corichi. Ancora seduta sul letto viene avvolta dal suo passaggio in cui si compie la trasformazione. Insomma, c’è da ragionare anche per teologi ed esegeti. In ogni caso, con frutto per entrambi. L’immaginazione dell’arte forza la simbolicità del dettaglio e oltrepassa la linearità del concetto. Ma porta allo sguardo piegature del testo ed e del senso dell’esperienza di rivelazione che non sono accessibili in altro modo. E che il concetto, da solo, finisce per semplificare o per sciogliere, con secca perdita delle suggestioni stesse offerte dal racconto sacro e dall’esperienza umana dell’evento. Per non perdere di vista il Mistero cristiano, in cui lo Spirito abita le forme e le forze del sensibile umano, in modo che è possibile solo a Dio, è bene che l’arte e la teologia, senza confondere i loro doni spirituali, non si perdano di vista.

Pierangelo Sequeri, teologo e preside del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II)