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Presenza, aria, presentimento

di ELENA DI RADDO

2002

 

La favola di Butades pone all’origine della pittura anche un altro aspetto della realtà umana, l’amore, che ha portato alla necessità di tramandare alla memoria i lineamenti dell’amato. All’amore fa riferimento il lavoro di Riccardo Paracchini che si ‘innamora’ sempre delle donne di carta, ritagliate dai giornali illustrati, che sceglie come punto di partenza dei suoi dipinti.

In Paracchini l’errore ha un valore morale, e la pittura una funzione educatrice. L’artista sceglie accuratamente le fotografie di giovani donne pubblicate sulle riviste di moda e procede con la pittura a coprire parti del loro corpo, a vestirle di colore blu con il quale nasconde anche il loro volto. Le donne si trasformano in questo modo in creature angeliche con le ali, o in Madonne, assumono una valenza universale. La pittura procede dal contingente all’eterno, idealizza il sentimento d’amore.

 

 

Nonostante l’impostazione materialista della società dei consumi, le cose del mondo non sono semplici presenze mute. Il loro stesso mutismo ci induce a sprofondare nel ricordo dell’uso che ne facevamo o del bisogno che ne abbiamo. In un suo libricino Nabokov sostiene che non bisogna lasciarsi trasportare dal ricordo dell’oggetto che non può portare che nostalgia e rimpianto. Le cose sono, nel momento stesso in cui esistono. La loro storia ci porterebbe troppo lontano nel tempo, annullando il loro essere presente, temporaneo, immanente. Rimanere in bilico tra presente e passato significa riuscire a superare la trasparenza degli oggetti, la permeabilità del presente. Pensare alle cose, ad esseri inanimati, privi di sentire, di organicità, di un loro tempo interiore, significa spostare l’attenzione su ciò che sta al loro esterno, sulle relazioni che intrattengono con noi. La storia apparente di una cosa diviene così la nostra storia, con i sentimenti, le riflessioni, le emozioni che li hanno resi protagonisti di certi eventi. Il tempo degli oggetti è il nostro tempo, il loro spazio è lo spazio della nostra interazione. Nel momento stesso in cui pensiamo un oggetto, esso non esiste più per se stesso, ma assume i caratteri del nostro essere e del nostro pensiero. Le cose appartengono alla nostra quotidianità più delle vicende del mondo.

Anche l’assoluto cui sembra alludere la pittura di Paracchini è implicato con la contingenza: nell’aspirazione alla moralità del suo lavoro è possibile leggere una componente tutta umana. Le sue pitture sono icone laiche che racchiudono il bisogno dell’uomo di andare oltre la contingenza delle cose. “Cerchiamo l’assoluto – scriveva Novalis – ma ci aspettano soltanto le cose”. In questo paradosso è forse racchiuso un nuovo umanesimo.

Tratto dall’omonimo catalogo “Presenza, aria, presentimento”, 2002.